Cari Desmond e Penelope,
vorrei condividere con voi due immagini di Ragazze. Sembrano coetanee, e ciascuna ha fatto una precisa scelta "professionale" che caratterizzerà la sua vita.
La ballerina è seduta e raccolta verso se stessa: le braccia avvolgono le gambe flessuose ma a riposo, gli occhi fissano le aste di legno ma guardano i suoi pensieri. Riflette sui propri Passi, sui propri errori, sulle giravolte che le mancano per diventare Prima Ballerina, sulla tournee che inizia domani; o pensa al ragazzo che l'ha lasciata, al test di matematica o forse alla madre che la vuole ballerina mentre a lei piace la pallavolo.
Fin dal dolce asilo, ho nutrito un timore e un distacco reverenziale verso le suore. Dall'imperativo "Mangia il Formaggio o oggi non vai a giocare", alla carezza per il lavoretto col pongo ben fatto, alla sberlona perché ero e rimarrò una capra a disegnare (nel senso che è come se impugnassi le matite con degli zoccoli impediti, non con delle dita che guidano la grafite verso forme piacevoli)... Poi ho sempre visto le pinguine come bigotte seguaci del canto domenicale, ma ne apprezzavo il valore sociale ed educativo proprio dei nostri paesi campagnoli del Basso Piave.
Ma alla fine, sono Ragazze no? Coi loro pensieri, le riflessioni, le aspirazioni, la gioia, gli ideali; anche loro , prima di incarnare un ruolo, dividevano le loro aspirazioni tra danza e pallavolo e tuttora si lasciano andare a questi sorridenti lussi.
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Ho trovato molto interessante lo spunto da te proposto, tanto che dovrei spendere moltissime righe per cercare di mettere nero su bianco un discorso armonico, a 360°...ma per adesso mi limiterò ai sommi capi e a due considerazioni in particolare (che le immagini mi hanno fatto nascere):
RispondiElimina1) prima di qualsiasi titolo, prima di qualsiasi professione, prima di qualsiasi scelta di vita viene l'uomo...non esiste medico, ballerina, suora o prete senza che in primis ci sia l'uomo...quindi è del tutto naturale che anche due persone il cui stile di vita viene considerato agli antipodi (come per l'appunto la "mondanità" della ballerina e l'austerità della suora") vivano (più o meno occultamente) le stesse emozioni, siano mosse dagli stessi istinti e stati d'animo...rabbia, gioia, dolore...fanno parte dell'uomo, della natura e nessun titolo, nessun status quo può modificare i "nostri geni", quello che siamo sin dall'alba dei tempi!
Orazio diceva:
"Puoi cacciare via la natura con il forcone, continuerà a tornare"...confermo e sottoscrivo!
2) C'è un'importante distinzione da fare tra quello che siamo veramente e quello che rappresentiamo nella società...tipicamente l'uomo vive in una sorte di scissione...la scissione tra consapevolezza (ciò che è autentico in noi) e mente (che rappresenta tutto il resto, l'artefatto, il nostro "non-essere")...
è tipico dell'essere umano pensare di essere la sua mente...che il suo continuo macchinare, i continui (spesso caotici) pensieri siano una manifestazione della vita e che quindi senza di essi c'è la morte...ma pensateci bene: noi non siamo la nostra mente...la nostra mente, i nostri pensieri molto spesso non ci appartengono e non ci rappresentano...essi sono pensieri di qualcun altro...dei nostri genitori, dei nostri insegnanti, dei catechisti, dei preti, dei politici di turno, dei giornali, e chi più ne più ne metta...viviamo come imbrigliati in un costume che sentiamo essere stretto, ma che "dobbiamo" indossare per essere perfettamente integrati nella società, per far contenta la mamma o la zia di turno...
ma noi non siamo la nostra mente, la maggior parte dei pensieri che abbiamo non ci appartengono, ma sono d'altri...
ecco perché credo e sento, riallacciandomi al punto 1), che siamo molto più uguali di quanto non ci vogliano far credere e che le uniche differenze sostanziali nell'atteggiamento di persone "diverse" derivi essenzialmente dalle condizioni al contorno, dal "lavaggio del cervello" che è stato perpetrato, dai dogmi che sono stati inculcati...
Ecco perché dovremo fare in modo di scindersi dalla mente e cercare di osservarci da un gradino più elevato, da una posizione più distaccata, come farebbe un terzo, una persona estranea (che non essendo coinvolta non ha annebbiata la sua capacità di giudizio e comprensione)...solo così potremmo accorgerci di tutti i meccanismi inconsci che dominano la nostra esistenza e ci fanno vivere come robot pre-programmati e solo li allora potremmo decidere cosa è veramente meglio per noi, quali sono le cose veramente importanti e quali invece sono quelle che facciamo solo perché qualcun altro ce le ha dette o imposte...
Lo so, l'argomento è tosto, ma mi appassiona moltissimo...quindi, mi riprometto, tra non molto, di aprire un post apposito dove se vorrete (Desmonds & Penelopes) potremo discutere attorno a questo che più che un argomento lo considero L'ARGOMENTO...
A presto cari amici
Jack
Ho provato a cominciare questo mio commento in modo divero ma ... letteralmente non trovo le parole.
RispondiEliminaBravi.
Compimenti per il punto 2) Jack ... fa riflettere.
Mai molar Norman, Jack ha atomizzato perfettamente la traccia, ma dicci anche tu la tua:
RispondiEliminamai pensato di esser qualcun altro o più semplicemente vorresti che gli altri ti vedessero in maniera diversa?
Secondo me quest'ultimo caso è una fonte comune di inibizioni e difese.
Mi improvviso scrittore, la mia personale conseguenza e che mi piace pensare di poter esser qualcun'altro, cercare di immedesimarmi completamente in qualsiasi personaggio la mente mi delinei, quasiasi sesso, orientamento, religione, provenienza etnica e via così. Certo non ho ancora una conoscenza tale da potermi immedesimare correttamente in tutto quello che immagino.
RispondiEliminaIl fatto che sia Norman Vauxhall ti fa capire che mi piace essere qualcun'altro, forse per via di un mio passato di bambino dai rapporti sociali un po difficili a causa della solita eccessiva schiettezza del periodo scolare. Come i bambini sanno essere gli uomini più buoni del mondo, a volte senza rendersene conto riescono anche ad essere i più cattivi.
Per vedermi in maniera diversa ... forse no. In fondo cerco di costruirmi da solo, ragionando il più possibile con la mia testa. Forse sono più io che cambio affichè possa avvicinarmi a quello che vorrei essere per quella persona.
Che questo sia un atteggiamento costruttivo o no, non saprei giudicarlo. Anche qui dipende dalla situazione?
Mi piacerebbe aggiungere ulteriore "carne al fuoco" su questo argomento, che scandaglia l'intimo di ciascuno di noi e che come tale porta in superficie pensieri spesso di difficile esplicazione, un ginepraio di parole, emozioni e sentimenti diversi, avvolti in una cortina di fumo che molte volte non ci permette di discernere con chiarezza il quadro che abbiamo di fronte...
RispondiEliminaper questo motivo vorrei condividere e discutere con voi la "luce" che mi è stata offerta dalle parole di Osho, che si riallacciano a quanto finora discusso, ma che vanno anche un po' più oltre...
"molti cercano di essere straordinari; questa è la ricerca dell'ego: essere qualcuno di speciale, unico ed incomparabile...E questo è il paradosso: più cerchi di essere eccezionale, più sembri ordinario, perché tutti inseguono la straordinarietà.
In realtà tutti sono unici...l'unicità esiste già, la devi solo scoprire...
Diventa ordinario e diventerai straordinario; cerca di diventare straordinario e resterai ordinario.
Le persone umili, che accettano di essere ordinarie come chiunque altro, hanno una luce negli occhi...non le vedrai mai competere, ingannare, tradire gli altri...
in tutta la storia dell'umanità nessun egoista ha mai detto che l'ego è splendido, che è fonte di grande estasi. Tutti gli egoisti sono morti frustrati e disperati, perché l'ego non conosce limiti...
sii semplicemente ordinario: all'improvviso sei libero di vivere...puoi ridere, puoi cantare, puoi danzare. Anche se tutto il mondo ride di te, che importa? Sono tutte persone straordinarie, hanno il diritto di ridere. Tu hai il diritto di danzare. Le loro risate sono finte, la tua danza è REALE!
D'accordo e sottoscrivo! Voi?
Jack
Prendo a prestito la tua sacrosanta: "questa è la ricerca dell'ego: essere qualcuno di speciale, unico ed incomparabile...più cerchi di essere eccezionale, più sembri ordinario, perché tutti inseguono la straordinarietà." E rilancio con una nonsodichi: gli uomini sono differenti in ciò che mostrano, ma uguali in ciò che nascondono.
RispondiEliminaMi fa molto riflettere questa ricerca ricorsiva dell'ego o di essere speciali: ma mi chiedo se chi umilmente si pone sempre mille interrogativi, non muore più frustrato di chi non si fa domande e tira dritto tronfio nel suo "ego"? E come mi spiegava un compagno di disquisizioni 2 sabati fa, da Nietzche in poi l'uomo si è sostituito al divino e come tale si sente potente e al centro del cosmo. Ciò lo vediamo riflesso nella nuova narrativa, nei film, nei video musicali, in genere nel consumismo: mi chiedo e vi chiedo: può accettare qualcuno che si pone come divino, il vivere come "ordinario"? Non è un abbassamento?
Anche qui c'è da fare una bella distinzione tra ciò che appare e ciò che è vissuto veramente (ma che viene contemporaneamente occultato), concetto riassunto splendidamente dalla tua citazione "gli uomini sono differenti in ciò che mostrano, ma uguali in ciò che nascondono"...
RispondiElimina...alla tua prima domanda rispondo un no convinto...secondo me chi non si fa domande non vive più tranquillo di chi invece è accompagnato dal dubbio semplicemente perchè chi non si pone mai degli interrogativi NON vive veramente ma non fa altro che seguire pedessiquamente ciò che gli viene detto o ordinato, come una pecora spaurita nel caotico greggie moderno. Il dubbio è l'essenza dell'esistenza mentre il non dubbio rappresenta la "morte" celebrale che può avvenire ben prima di quella fisica (da questo punto di vista dovremo ritrovare il piacere della scoperta tipico dei bambini)...
La tua seconda questione invece è un pelo più complessa...l'uomo ha sempre guardato al cielo, al dio di turno in quanto in lui c'è sempre stato, pur considerandosi la creatura regina del creato, un senso di inadeguatezza, un senso di impotenza che poteva venire calmierato solo con l'idea che qualcuno lassù ci proteggesse, ci tenesse amorevolmente nel palmo della sua mano...
attualmente si sta osservando (soprattutto in Occidente) un allontamento da tutto ciò che riguarda la fede, la religione, Dio e la Chiesa...l'uomo si sta rendendo sempre più autonomo, slegato dall'ordine costituito sempre meno timorato di Dio e della sua "vendetta" finale (in poche parole si sta iniziando a seguire la strada annunciata di Nietzche del super uomo)...tuttavia, a mio modo di vedere, l'abbattimento del bigottismo imperante non è che il primo passo, ma non può essere considerato il punto d'arrivo...il problema che vedo delinearsi è il fatto che la gente sta abbandonando la canonicità della Chiesa e della sua fede preconfezionata senza però sostituirla con un'adeguata ricerca interiore...non possiamo vivere solamente un'esistenza negazionista ma dovremmo spingerci verso la ricerca di noi stessi, del DIVINO (per riallacirmi a quanto hai detto) che c'è dentro di noi! Senza questa ricerca rimarremo comunque vuoti, senza significato e anzi, peggio ancora, senza nemmeno quel confortevole senso di protezione che la fede in Dio riusciva a darci...la nostra divinità non è un concetto semplicemente celebrale del quale dobbiamo convincerci (ricadremmo nello stesso circolo vizioso delle religioni) ma deve essere, come detto, derivante da una seria ricerca interiore...questo è un abbassamento? Per me no...solo chi si trova veramente può capire la sua straordinaria "ordinaria unicità" e non vivrà quest'ultima come un declassamento ma assolutamente come una fonte di gioia e comunanza con gli altri.
P.s. Mi scuso per la caoticità del pensiero, ma l'argomento è bello tosto!
P.p.s Voi cosa ne pensate?
Mi permetto di risponderti ri-citando Alberoni (non è un guru personale, ma apprezzo la sua schiettezza e riflessività pragmatica):
RispondiElimina"Cinquant’anni fa dall’incontro fra Dewey, la psicoanalisi ed il marxismo volgare, è nata una pedagogia secondo cui non si devono imporre regole e dare nozioni. Il bambino non deve imparare a memoria le tabelline, le poesie, i nomi geografici, le date della storia, non deve studiare la grammatica, l’analisi logica. Non deve nemmeno riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti. Questi pedagogisti pensavano che l’individuo sarebbe stato più libero di creare e sarebbe avvenuta una stupefacente fioritura culturale. Invece si è creato un vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica.
Il ragazzo non sa le poesie ma conosce le canzonette, non segue i comandamenti moralima «ciò che dicono i compagni », non conosce i classici ma quello che dicono i personaggi televisivi. La pedagogia che livella tutto sul basso per eliminare le differenze, in realtà ha avuto come effetto di rendere ignoranti milioni di persone e di privilegiare quelli che potevano andare nelle università e nelle scuole di eccellenza dove trovavano maestri autorevoli e programmi rigorosi."
Io sono sempre più convinto che dobbiamo tornare a studiare i miti, le grandi biografie, le grandi gesta, sarà poi lo spirito di emulazione a migliorarci e indicare la via.
Quanto hai riportato mi trova sostanzialmente d'accordo...adesso però non vorrei passare per quello che pensa sempre male, o che vede complotti in ogni cosa ma la frase:
RispondiElimina"Questi pedagogisti pensavano che l’individuo sarebbe stato più libero di creare e sarebbe avvenuta una stupefacente fioritura culturale".
io la leggerei come
questi governanti pensavano che l'individuo sarebbe stato più docile, un cervello addomesticabile uguale a molti altri e quindi molto più facile da governare, da raggirare...
e avevano proprio ragione!!!
L'istruzione è legata alla politica, la politica è potere e più spazio viene dato all'istruzione, al libero pensiero e meno spazio ci sarà per il potere...credo non ci sia bisogno di dire quale sia stata la scelta!